EZIO MONTIBELLER, IL NUOVO DIRIGENTE SCOLASTICO

Chi è Ezio Montibeller?

È il nuovo dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo Centro 3 che, a dispetto del nome, conta quattro importanti realtà cittadine: le primarie Calini, Manzoni e la Scuola ospedaliera, e la scuola media inferiore Mompiani.

Alla fine di agosto, come ormai noto, la dottoressa Angela Battagliola – che salutiamo da queste pagine con grande affetto e immutata riconoscenza –  è andata in pensione e ha passato il testimone ad un giovane Dirigente, proveniente da Trento, dove si è svolto nell’anno 2010 il concorso per dirigenti scolastici.

La curiosità di conoscerlo è grande in tutti e quindi, a due mesi dall’insediamento, nell’attesa che si possano moltiplicare le occasioni di conoscenza diretta con i genitori ed il personale della scuola,  abbiamo pensato di  creare un primo incontro  sul web, attraverso un’intervista.

Le domande sono state poste da vari genitori, sia delle primarie che della media…

Chi è Ezio Montibeller?

Direi un maestro, un maestro – pedagogista – un dirigente.

Ci spiega questa definizione?

È il risultato del mio percorso professionale e formativo, un percorso di 14 anni di attività nella scuola cui sono approdato dopo un’esperienza in una società pubblica, nel settore amministrativo. Per farmi conoscere meglio, dirò che ho  un diploma in ragioneria – “causa” del primo lavoro –   e uno magistrale, seguito da una laurea specialistica in Scienze Pedagogiche.

La mia esperienza educativa  e didattica si è concentrata nell’ambito linguistico e antropologico e nelle tre educazioni arte, musica, motoria: ho smesso il ruolo di insegnante proprio a giugno di quest’anno.

Come mai ha scelto di diventare Dirigente scolastico?

È stato un approdo naturale. Da vari anni ho sviluppato un percorso formativo più specializzato:  in parallelo all’attività di insegnante, dal 2006 ho iniziato la collaborazione con la Dirigente scolastica del mio Istituto supportandola negli aspetti peculiari della scuola primaria e nella tematica dei “bisogni educativi speciali”; questo è un tema che mi ha appassionato da sempre e che, assieme alla didattica della lingua italiana,  ho voluto approfondire attraverso numerosi momenti formativi.

Cosa accomuna lo studio della lingua italiana a quello dei bisogni educativi speciali?

La necessità di sviluppare una particolare  sensibilità: nella didattica della lingua italiana occorre una sensibilità particolare per la logica della struttura, per la semantica, per l’etimo. I bisogni educativi speciali si individuano sviluppando la sensibilità  per  la diversità, la marginalità, la disabilità.

Lei è approdato all’Istituto Centro 3 per una Sua specifica scelta?

In parte. Dopo il concorso,  i neo dirigenti sono stati assegnati  per graduatoria. È stata data la possibilità di scegliere  5 possibili destinazioni, e tra queste – essendo esauriti i posti nella mia regione – ho inserito quattro istituti di Brescia e uno di Mantova. Ed eccomi qui.

Siamo tutti curiosi di sapere com’è stato il primo impatto;  quali sono i termini con cui definirebbe il suo approccio alla nuova realtà?

Stupore.

Da un primo approccio l’impostazione dell’offerta formativa dell’Istituto  mostrava molte affinità con la mia esperienza. Ma quello che mi ha veramente stupito – positivamente stupito –  è stato constatare  che tutto quanto è dichiarato nel Piano di Offerta Formativa (POF) non sono soltanto dichiarazioni, sono concetti fatti propri e messi in atto da chi opera in queste scuole. C’è una straordinaria sensibilità alla fragilità dell’individuo che si sta formando.

Forza ed entusiasmo dei docenti verso l’inclusione. Che è il contrario dell’esclusione. È l’offrire a tutti, indistintamente, l’opportunità di essere parte della comunità a tutti gli effetti; in futuro, un “cittadino” a tutti gli effetti.

E sorpresa.

Non mi era mai capitato di incontrare in una scuola un Comitato Genitori così presente e propositivo, così “parte” della scuola, nella scuola.

5 termini per definire il suo programma

Cinque parole sono troppo poche, però direi: identità, inclusione, qualità, passione e rispetto. Ma le devo spiegare tutte.

Identità

Vorrei che fosse forte in tutti la consapevolezza dell’identità dell’Istituto Comprensivo, pur nella salvaguardia dell’identità di ciascuna scuola. Concedetemi un po’ di retorica per spiegare il concetto: sono davanti  a quattro figli di una stessa famiglia. Sono tutti indubitabilmente diversi tra loro, ma il sangue è lo stesso… ed è importante sottolineare l’appartenenza di ogni individuo alla sua origine, perché i principi sono già condivisi da tutti.

Inclusione:  intendo ribadire quello che è già, come ho detto, un valore  per gli insegnanti e i genitori di queste scuole, ossia che è sacrosanto offrire a tutti indistintamente l’opportunità di essere un cittadino a tutti gli effetti

Qualità e passione

Qualità  ed efficacia dell’apprendimento   e dell’insegnamento. È un tema che mi sta molto a cuore e strettamente legato  all’inclusione.  Il mio desiderio, il mio obiettivo di lavoro, da sempre, è quello di  far sì che l’esperienza educativa  della scuola renda i bambini sicuri, sicuri nell’affrontare il loro futuro; li voglio competenti, voglio che qui, a scuola, abbiano l’occasione di abbozzare  il loro progetto di vita. È importantissimo che scuola e famiglia possano collaborare e condividere le scelte educative (diverse dalle scelte didattiche), con la finalità comune di aiutare  il ragazzo a “vedere” il suo percorso di vita. La qualità e  l’efficacia vanno di pari passo con la motivazione che devono avere alunni, famiglie ed insegnanti nello svolgere ciascuno il proprio compito.

E soprattutto ci dev’essere la passione per la conoscenza, passione alimentata dalla curiosità, dalla voglia di “di più”.

Ciò che vale per il ragazzo vale anche per l’insegnante: è fondamentale che un docente possa entrare in classe sicuro e competente:  ecco l’importanza di garantire  costantemente percorsi formativi che rendano sicuri e consolidino la competenza degli insegnanti.

Ancora un concetto che si lega a quanto detto: la scuola deve dare  a ciascuno la consapevolezza dei propri “talenti”  perché siano sperimentati e perché  si possa chiedere a ciascuno il massimo rispetto delle proprie caratteristiche.

La scuola deve garantire il valore aggiunto. Il punto di partenza non è il medesimo per tutti gli studenti; il contesto (famiglia+ambiente) danno un valore aggiunto che deve essere assunto anche dalla scuola  e nel percorso scolastico vanno equilibrate e/o riequilibrate le competenze e le conoscenze dei ragazzi.

Un’ultima cosa: l’ascolto.  A me piace proprio ascoltare gli insegnanti:  mi piace ascoltare le loro osservazioni, gli stimoli, ma anche gli sfoghi e i problemi.

Manca il quinto termine: rispetto. Cosa intende?

Sì, è vero, il rispetto. Chiedo a tutti  rispetto reciproco. È indispensabile per condividere le scelte educative. Chiedo ai genitori di far sentire ai propri figli il rispetto per la persona e la professionalità dell’insegnante,  in modo che i ragazzi naturalmente riconoscano il valore delle persone  con cui lavorano, senza che questo significhi  far venir meno la capacità di critica. Ma la critica deve’essere circoscritta all’ambito scuola, deve rientrare nel contesto adeguato.

I cinque termini valgono anche per la Scuola Ospedaliera?

I principi sono gli stessi. Il Piano dell’Offerta formativa è assolutamente in linea con quelli del Comprensivo. Ma certo va letto nella specificità della scuola. All’ospedale operano 16 insegnanti che lavorano per periodi di tempo diversi  con bambini  che stanno vivendo una situazione di sofferenza. Il contesto in cui operano ha sicuramente una valenza fondamentale e tutto va visto attraverso una chiave di lettura particolare

Ancora alcune domande, puntuali. Come si pone la scuola in relazione ai ragazzi con disturbi dell’apprendimento, identificati con la sigla DSA (dislessici, disortografici, …)? Sono una difficoltà o una risorsa?

Erano forse una difficoltà. Non ora. Non ora perché i disturbi dell’apprendimento sono stati  focalizzati dalla ricerca ma soprattutto recepiti dalla normativa, e questo ha aiutato a sviluppare  una cultura dell’attenzione per queste forme caratteristiche di apprendimento.

Oggi si adottano i cosiddetti PEP, ossia i Piani Educativi Personalizzati, che in questa scuola vengono definiti con il prezioso supporto della psicopedagoga; i PEP contengono la definizione del disturbo  e l’individuazione degli strumenti  compensativi e delle misure dispensative relative al percorso dell’apprendimento, in modo che questo sia il più efficace possibile.

Un dato importante, in questo settore, è l’attenzione che sta crescendo a tutti i livelli sul problema: a livello governativo, ministeriale, regionale e locale. Proprio lo scorso 14 novembre si è svolto un incontro informativo  sul tema, promosso dall’Ufficio Scolastico Provinciale di Brescia, rivolto a tutti i professionisti della scuola e di altre agenzie educative.

Mi chiede se possiamo parlare di risorsa dei DSA? Sì, nel momento in cui predispongono l’insegnante all’uso di metodologie diverse  che portano a garantire l’apprendimento degli stessi contenuti e delle competenze richieste.

I due aspetti positivi legati al riconoscimento del problema, sono il fatto che la legge ha reso obbligatorio affrontarlo e il fatto che vi è uno sforzo di ricerca continua nell’individuazione delle forme di apprendimento  (“diverse”) alternative.

Una curiosità e preoccupazione di alcuni genitori: la formazione delle classi alla scuola media è frutto del caso o di una specifica valutazione?

Non potrebbe essere data al caso. Non in una scuola con queste specificità.

All’inizio della prima media vengono abbozzati dei gruppi sulla base delle informazioni  che derivano dal progetto di continuità scuola primaria – scuola secondaria  e che si assumono sull’alunno. La formazione dei gruppi non avviene con il criterio dell’omogeneità ma dell’equilibrio.

In questi gruppi si segue un percorso di accoglienza durante il quale vengono proposte delle Unità Operative  trasversali, a rotazione, di qualche ora ciascuna.

Le valutazioni complessive che derivano da questo processo portano alla definizione delle classi.

Nell’istituto comprensivo lo sbocco naturale delle primarie Manzoni e Calini dovrebbe essere la scuola Mompiani. Pare però che siano molti i genitori che scelgono  per i propri figli altre scuole, non per un giudizio negativo sugli insegnanti ma perché temono che la presenza crescente di ragazzi con problemi sociali, vada a discapito della qualità dell’apprendimento.  Cosa ne pensa e come pensa di intervenire per ripristinare questo “circuito naturale” tra scuole dello stesso istituto?

Mi riservo innanzitutto di verificare i dati per dare una corretta dimensione al fenomeno.

Indipendentemente dalla sua entità, conosco la situazione sociale in cui si colloca la scuola, e sono convinto che la soluzione sia quella di costruire sul territorio un sistema scolastico a rete  che tenda all’equilibrio o al riequilibrio delle problematiche sociali. A fianco di questo progetto,  al quale sto lavorando, occorre sicuramente predisporre piani educativi che possano rispondere alle forme di disagio identificate.

Corre voce che la prima classe della scuola Manzoni venga accorpata a quelle della Calini. È vero?

Assolutamente no. È una notizia priva di alcun fondamento.

Ultima domanda, che tocca il tasto più dolente: le risorse finanziarie. In una situazione in cui si denuncia lo svilimento della scuola pubblica per i tagli a nostro giudizio inaccettabili – che sta subendo, come può aver vita un POF così indirizzato alla sensibilità, alla salvaguardia della fragilità dell’individuo? E come può essere garantita l’alfabetizzazione che risulta vitale in una società multietnica?

L’eccellenza, la competenza sono concetti straordinari e condivisibilissimi, ma… non è come guardare Marte dalla Terra e chiedersi se mai un giorno poggeremo il piede sopra? Come si fa ad essere competenti se si balbetta la propria lingua? E se si balbetta in due, o tre lingue diverse? Come può la mente di un bambino aprirsi all’ascolto, elaborare criticamente, creare il proprio percorso di vita, se non ha lo strumento principe per farlo, la lingua?

Cosa può fare oggi, una scuola pubblica, di fronte all’enorme distanza che ci separa dal modello teorico di scuola europeo e di formazione continua?

Rispondo che non rispondo, per ora. Accolgo la preoccupazione delle famiglie, ma intendo esprimere una valutazione solo a fronte di  un’attenta analisi del piano annuale, cosa che  ancora non è stata completata con la direttrice amministrativa che, ricordo, è anche lei di nuova nomina nell’Istituto.

Rispondo con una premessa e un’assicurazione: la premessa è il principio che  un dirigente è garante della gestione e dell’ottimizzazione delle risorse  disponibili (umane, strumentali e finanziarie).

… così come dovrebbe essere per tutti gli amministratori di “cosa” pubblica…

Certo.

La mia assicurazione è che farò tutto quanto in mio potere e non mi stancherò mai di chiedere  tutto quanto necessita alla scuola per poter garantire l’offerta formativa pianificata.

Naturalmente con l’aiuto di tutti, dell’ente pubblico,  dei docenti e dei genitori.

Per chiudere questa lunga chiacchierata?

Una  citazione. Un pensiero in cui credo fortemente.

Mi piace pensare con Sara Nosari(*)che, interpretando la realtà del cambiamento come un’attività di formazione, il senso unitario dell’esistenza sembrerebbe allora coincidere con  un prender-forma, per il quale i singoli atti della formazione, i singoli cambiamenti, sono raccolti in unità e tenuti insieme perché parti di un’unica e unitaria formazione volta, in ogni singolo momento-cambiamento, alla realizzazione e al compimento dell’identità del soggetto.

Ringrazio e mando a tutti un cordiale saluto.

(*) Professore – Facoltà di  Scienze della Formazione dell’Università di Torino

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